Un matematico spiega cosa sono le coincidenze e perché ci crediamo inconsciamente

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Ad ognuno di noi è capitato, almeno una volta, di trovarsi in una situazione particolare in cui uno o più fattori che pensavamo difficilmente realizzabili si sono concretizzati contro ogni pronostico. Incontrare per caso una persona che non vedevamo da molto tempo proprio nel luogo in cui l’avevamo visto l’ultima volta, ricevere una telefonata da qualcuno proprio mentre lo stavamo pensando: sono quelle occasioni che chiamiamo comunemente “coincidenze“.

Molte persone, seppur quasi inconsciamente, credono in questa forma di destino già tracciato, e sono portate a dare ampio rilievo e significato a queste occasioni. Per un uomo di scienza, invece, le coincidenze e il destino sono difficilmente credibili.

Il matematico Joseph Mazur in una recente intervista ha cercato finalmente di spiegare che tipo di approccio abbia uno scienziato verso questi accadimenti, come li interpreti, e che tipo di spiegazione trova quando cerca di analizzare come e perché le persone siano così ansiose di credere nel destino.

Per farlo il matematico si è servito della storia di Anne Parish, una nota scrittrice americana che durante un viaggio a Parigi nel 1926 ritrovò casualmente un libro in lingua inglese – lo stesso libro – che aveva posseduto da bambina e che poi aveva smarrito. Mostrandolo al marito dopo averlo trovato sulla banchina di una libreria che vendeva romanzi in lingua inglese, infatti, la donna aveva notato che sul risguardo era presente il suo nome scritto a matita tanti anni prima.

Gli ingredienti per interpretare l’episodio come una coincidenza voluta dal destino, insomma, c’erano tutti.

Secondo Mazur, però, per analizzare questi episodi ci si deve servire della logica, e non delle emozioni, cercando di eliminare tutti i preconcetti e le aspettative che nutriamo verso di essi. Ricercare solo i fattori empirici che possono spiegarli, e non gli influssi immateriali.

L’inspiegabilità di un ritrovamento così casuale, in una città così lontana dal paese di provenienza della Parish, è infatti solo apparente: analizzando la biografia di Anne Parish si scopre facilmente che la madre della scrittrice era molto amica della pittrice Mary Cassat, che si era trasferita a vivere proprio a Parigi, ed era morta tre anni prima del ritrovamento del libro, lasciando molti oggetti senza un erede.

Se a questo dato si somma la cospicua ricchezza di Anne Parish e del marito, che gli permetteva di compiere viaggi transatlantici con estrema facilità e frequenza, e il fatto che all’epoca a Parigi ci fossero  solo due librerie che vendevano libri in lingua inglese, si può comprendere come il “destino” si possa trasformare in una possibilità concreta e reale.

Ovvero che la madre abbia dato il libro appartenuto ad Anne all’amica Mary Cassat, che quest’ultima lo abbia portato con se a Parigi, e che dopo la sua morte, in uno dei suoi frequenti viaggi a Parigi, Anne lo abbia casualmente trovato in una delle due librerie in cui un romanzo del genere, senza proprietario, sarebbe potuto finire in quella città. “La logica dei fatti,” dice Mazur, “spiega tutto. Le coincidenze sono semplicemente episodi di cui non riusciamo a vedere i collegamenti.”

Secondo il matematico, infatti, gli esseri umani sono portati per natura a cercare di trovare una coerenza negli episodi della loro vita, ma visto che spesso sono sprovvisti delle informazioni per poterla elaborare logicamente, allora hanno bisogno di costrutti fantasiosi che riescano a mettere in relazione variabili che sembrano non averne. È per questo, che molti di noi amano credere nel destino.


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