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L’allevamento di bestiame ha costi altissimi per l’ambiente.

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Vi piacciono lenticchie e tofu? Meno male, perché bistecche al sangue e polli alla griglia potrebbero avere i giorni contati. Gli allevamenti di bestiame hanno un impatto ambientale che presto il pianeta non potrà più permettersi, e gli attuali consumi di carne nei Paesi sviluppati diventeranno insostenibili già nel 2050, quando la popolazione mondiale supererà i 9 miliardi. L’Occidente, quindi, si deve preparare a rivedere radicalmente le proprie abitudini alimentari.

Secondo “Livestock’s long shadow” (l’ombra lunga dell’allevamento), un influente rapporto pubblicato nel 2006 dalla FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), il settore era allora responsabile del 18% delle emissioni globali di CO2, anche se altri studi hanno da allora drammaticamente rivisto il calcolo al ribasso.

La statunitense Environmental Protection Agency (EPA), per esempio calcola l’incidenza dell’allevamento di animali da carne sulla produzione di gas serra ad appena 3,4%, trovando molto più dannose le emissioni prodotte dai trasporti (26%).

I dati variano a seconda del metodo di calcolo, ma è chiaro che non solo gli animali espellono gas metano, ma l’intero processo di produzione richiede molta energia: petrolio per il trasporto, elettricità per mantenere la catena del freddo, ecc. “Il settore è un fattore di stress rilevante per molti ecosistemi e per il pianeta nel suo complesso” ed è “uno dei maggiori fattori della perdita di biodiversità”, come si legge nello studio FAO. L’allevamento è inoltre avido di terra e di acqua.

Alla fine degli anni Novanta, il Ministero dell’agricoltura degli Stati Uniti (uno dei Paesi più carnivori al mondo) stimava che l’80% delle terre agricole americane erano utilizzate per allevare e nutrire gli animali. Il settore contribuisce notevolmente alla deforestazione, e molti Paesi in via di sviluppo coltivano cereali e soia non per nutrirsi, ma per alimentare gli animali da macello in Occidente.

“Ci troviamo nell’assurda situazione per cui buona parte delle risorse agricole va ad alimentare gli animali di allevamento destinati al consumo del miliardo di persone sovra-alimentate del pianeta”, denuncia l’oncologo italiano Umberto Veronesi nel libro “Verso la scelta vegetariana”, sottolineando che per ottenere un kg di carne ci vogliono circa 15.000 litri di acqua, contro meno di 1.000 per la stessa quantità di cereali.

Due anni fa, lo Stockholm International Water Institute segnalava che non ci sarà acqua a sufficienza per produrre cibo per la popolazione mondiale nel 2050 se si applicano su scala mondiale gli attuali trend di consumo dei Paesi occidentali: “Ci sarà, tuttavia, una quantità appena sufficiente di acqua se la proporzione di cibo di origine animale sarà limitata al 5% delle calorie totali” contro l’odierno 20%, segnala il rapporto.

L’allevamento è infine una potente fonte d’inquinamento del terreno, dell’aria, dei mari e dei fiumi, per via dello smaltimento delle deiezioni animali e dei prodotti chimici.

In confronto, l’alimentazione vegetariana è decisamente più virtuosa, al punto che già nel 2010 un rapporto delle Nazioni Unite sosteneva che l’impatto dell’agricoltura sui mutamenti ambientali si sarebbe potuto ridurre soltanto con “un sostanziale cambiamento mondiale di dieta, allontanandosi dai prodotti animali”.

Certo, Henning Steinfeld, il capo del Livestock Information, Analysis and Policy Branch alla FAO, sottolinea oggi che anche i vegetariani contribuiscono ai danni causati dall’allevamento. “Le mucche da latte e le galline da uova vanno nutrite, e uccise quando invecchiano e diventano improduttive”, segnala, riconoscendo che questa contraddizione viene risolta con la scelta vegana, che bandisce ogni cibo di origine animale (ma che secondo lui non è adatta a tutti).

Infatti, gli anti-vegetariani regolarmente denunciano i danni provocati dalla coltivazione e dall’importazione di proteine vegetali. Il problema si può risolvere, secondo Carmen Nicchi Somaschi, presidente dell’Associazione Vegetariana Italiana, dando la preferenza al cibo locale: “Gli asiatici hanno la soia, mentre in Italia disponiamo di cereali e legumi in abbondanza”.

L’impatto minore della dieta vegetariana e vegana sull’ambiente è comunque testimoniato da diversi studi scientifici. Secondo una ricerca pubblicata su Foods nel settembre 2014, considerando uno schema da 2.400 calorie, la dieta vegana ottiene il punteggio ambientale migliore (cioè il più basso), con 0,95, contro 2,7 per la dieta latte-ovo-vegetariana e 4,41 per quella onnivora. Quest’ultima, in pratica, ha un impatto ambientale del 463% superiore rispetto a quello della dieta vegana.

Nel futuro, dunque, saremo tutti vegetariani? “Sarebbe un grosso errore imporre una soluzione globale in tutto il mondo”, avverte Steinfeld della FAO. “In Africa, dove il consumo pro-capite di carne è di circa 15 kg all’anno, avere più prodotti animali a disposizione sarebbe di grande aiuto per combattere la malnutrizione”, osserva. È infatti essenziale distinguere Nord e Sud: gli allevamenti intensivi nordamericani, grandi consumatori di antibiotici e ormoni, non hanno nulla in comune con i piccoli greggi africani, che malgrado la scarsa efficienza produttiva sono spesso essenziali per la sopravvivenza.

Se i vegetariani indiani, per motivi religiosi, rappresentano fra il 30 e il 40% della popolazione, nel resto del pianeta gli “erbivori” sono ancora un’esigua minoranza: il 7% degli italiani, il 5% dei britannici, 8 milioni di persone negli USA. Seguire le orme di Pitagora o Leonardo da Vinci resta tuttora una scelta personale legata soprattutto a considerazioni etiche.

Tuttavia, la sensibilità verso gli animali sta notevolmente crescendo – come lo dimostrano alcuni best-seller, in particolare “Se Niente Importa” di Jonathan Safran Foer – e non è impensabile che addentare una salsiccia finisca per sembrarci un atto di barbarie.

Fonte: eastonline.eu

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