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La storia assurda di quest’uomo sta indignando il mondo intero

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Il nativo americano Leonard Peltier è un attivista che ha trascorso oltre 40 anni in prigione per un crimine che non ha commesso. La sua storia da decenni fa eco in un’America sorda ai diritti dei nativi americani, inchiodati e messi a tacere da un interesse più alto: l’economia di un paese che nasce da linee di conquista e violenza verso chi quella terra la vive per diritto di nascita. Ma l’America per affermare il suo dominio di conquista e gettare nel dimenticatoio della storia i suoi soprusi, non può che silenziare chi è stato schiacciato dall’occupazione, perché la storia la fa chi la scrive, e tacitare gli indiani è ripulire la storia del continente dal sangue versato ed ergersi a paladini di un modello da seguire. Il sistema americano invade il vecchio continente che in fretta dimentica e ancora più rapidamente asseconda il potente, senza ricordargli mai come l’America, quella che noi ora conosciamo, si è affermata, a discapito di chi il continente americano lo abita da sempre.

È banale cadere nell’ovvietà della critica USA, con Peltier si parla di ingiustizia, di violenza, di supremazia, con Peltier in America si riapre la discordia ormai secolare con i nativi, costretti a vivere in riserve, gentilmente concesse, perché quelle terre sono ricche, molto ricche ed i nativi americani sono scomodi. Peltier è diventato il grido del popolo Lakota, di tutti i popoli nativi americani, a prova di come la verità processuale e la necessità di un’azione esemplare possa intimorire popoli logorati dalla prevaricazione di un sistema di giustizia che non guarda la verità, ma la necessità.

La Storia di Leonard Pelter

La vicenda risale al 1975, un giovane indiano di nome Jimmy Eagle, è accusato di un furto di stivali da cowboy, per questo ricercato da due agenti dell’FBI, Coler e Williams. I due poliziotti in abiti civili e senza identificarsi come agenti entrano nella proprietà del Jumping Bull Ranch, (ranch AIM American Indian Movemenet) seguendo un pick up che pare guidato dal giovane ricercato, per ragioni sconosciute inizia una sparatoria e molta gente presente nel ranch è sotto il fuoco.

I due agenti chiedono rinforzi, che una volta giunti sul posto, trovano Coler e Williams morti, secondo fonti governative, a causa di colpi d’arma da fuoco ravvicinati. Morto anche un giovane indiano Joe Sturz colpito alla testa da un cecchino. Oltre 30 persone presenti in quel ranch hanno vissuto quella sparatoria, circondati da 150 agenti FBI e membri dello Swat, un corpo speciale. Il governo inizia una caccia all’uomo che ha ucciso i due agenti, inizia l’azione RESMURS, che prevede azioni di intimidazione violenta verso chi nel ranch ha visto tutto. I media raccontano una versione dei fatti distorta dove Coler e Williams sono morti sotto l’attacco di decine di guerriglieri addestrati per uccidere a sangue freddo gli agenti. I nativi americani presenti nel ranch alla sparatoria vengono messi sotto torchio. Intanto l’FBI raccoglie prove da modellare su una storia da vendere ai giornali, in cui ergere a martiri gli agenti FBI, dimenticando in toto la morte di un giovane indiano, ma lui è indiano e per loro non vale come la vita di due agenti FBI.

Vengono in breve emessi atti di accusa per Leondard Peltier, reo di aver aiutato a scappare il giovane Jimmy Eagle, Dino Bulter e Bob Robideau. I reati verso il giovane Eagle, membro non AIM vengono ritirate, e l’FBI decide di proseguire le indagini solo su Peltier ormai in fuga. Eppure molti membri AIM ammettono di aver preso parte alla sparatoria, ma per loro nessun accusa.

La Fuga
Inizia la fuga in Canada di Peltier che venne arrestato nel 1977, Bulter e Robideau processati ma assolti per inesistenza di prove della loro colpevolezza, perché in relazione ai due, chiara risultò agli occhi dei giurati il piano dell’ FBI per realizzare finte prove, sino ad affermare con una campagna mediatica, che oltre 2000 guerriglieri nativi avevano l’obiettivo di uccidere almeno un agente al giorno. Un tentativo grossolano e falso fintanto da minare la credibilità della polizia stessa, che non venne più creduta nel processo Bulter-Robideau, che li vede liberati da ogni accusa. Ma la ricerca di Peltier non finisce.

Il processo
Nel 1976 Peltier viene arrestato in Canda ed estradato sulla base di una dichiarazione ritenuta poi falsa, firmata da Myrtle Poor Bear. Una donna nativa americana con gravi problemi mentali, un’accusa la sua di colpevolezza verso Peltier, fautore di un agguato per attirare in trappola Coler e Williams, per tendere un’imboscata ed ucciderli. La testimonianza della donna diventa verità assoluta, Peltier non viene nemmeno considerato ed estradato come colpevole per aver sparato ai due agenti.
Al momento è stato affermato che Myrtle non sapesse nemmeno chi era Peltier, e che lui non era nemmeno presente alla sparatoria in cui trovarono la morte i due agenti, inoltre ci sono state ingerenze degli Stati Uniti nel processo di estradizione del Canada, un provvedimento illegale, che però non viene corretto da parte del governo canadese.
Nel 1977 Peltier viene processato in North Dakota, anche qui inizia una campagna mediatica contro il presunto terrorismo dei membri AIM American Indian Movement, che acuisce le tensioni tra i nativi e l’ambiente anti-indiano.
Emergono irregolarità nella nomina del giudice, corruzione di testimone, ma il processo prosegue come se nulla fosse, una giuria di sole dieci donne bianche accusa senza opportunità di replica Peltier. Il processo ha nascosto prove sull’innocenza di Peltier e ne ha costruite per accusarlo, ha commesso irregolarità processuali, intimidazioni verso testimoni per ammettere il falso. La balistica afferma l’innocenza di Peltier, ma la giuria non ha mai sentito valutazioni su questo tema fondamentale a prova della sua innocenza.

Ma ormai il caso è stato costruito a tavolino, i media vogliono il colpevole della morte degli agenti FBI, un colpevole indiano, dimenticando che in quella sparatoria anche un giovane nativo perde la vita, ma su di lui non viene aperta alcuna inchiesta per trovare il colpevole del suo decesso, lui è indiano e non fa notizia, è scomodo. Molte le discrepanze di prove e tesi di accusa eppure Peltier è ancora in carcere dopo 40 anni. Unica prova è la presenza di Peltier nel ranch durante la sparatoria, ma non era l’unico ad essere li.

AIM e l’attivismo di Peltier
L’American Indian Movement nasce nel ’68 in Minnesota, sorto per combattere la brutalità della polizia verso i nativi. Diventa in breve un movimento che unisce tutte le popolazioni indigene, che promuove l’orgoglio culturale di questi popoli. Nel ’72 AIM, gruppo in cui è presente Peltier, in tempo di elezioni presidenziali, propone a Nixon un trattato di 20 punti per il miglioramento delle relazioni tra nativi e USA, per il riconoscimento delle loro autonomie, nonché il ritorno alle loro terre secondo le loro tradizioni. Questo avrebbe riportato vaste estensioni di terre ai nativi, una richiesta mal vista dall’America che in quelle terre ha interessi, perché quelle terre sono anche ricche. L’FBI inizia a concentrarsi sull’AIM, la definisce un’organizzazione estremista terroristica, ne arresta membri di spicco, e nel ’72 parte la prima accusa verso Peltier per un tentato omicidio verso un agente, ma numerosi testimoni lo discolpano e tutto viene messo a tacere. Peltier resta nel mirino dell’FBI. Una rapida escalation di azioni intimidatorie e violente dell’FBI verso l’AIM, con un testo del ’75 che certifica secondo un memoriale dell’FBI, dei passi per realizzare un confronto armato degli agenti federali con i nativi, per stroncare la loro unificazione verso un’unica lotta di riconoscimento. L’AIM non cade sotto i colpi dell’FBI, è tuttora presente, il suo attivismo è sempre controllato dalle forze, ma continua a rivendicare la sovranità sulle loro terre, con orgoglio sempre più forte verso le loro culture. Peltier è stato sin dall’inizio un attivista di questo movimento e la sua storia ora la conoscete, potete immaginare perché sia stato stroncato da falsi processi, eppure è ancora li in prigione. Peltier è un attivista che dai primi anni ’70 è in prima linea per i diritti dei nativi, e per questo paga il prezzo della sua voce che si alza libera in cerca di riconoscimento. Nessuna richiesta di grazia è stata ascoltata, nemmeno il Presidente Obama, nobel per la pace, ha ascoltato le richieste che si alzano da decenni verso la chiusura del caso, e la scarcerazione di un uomo ora settantenne, da 40 anni dietro le sbarre senza aver commesso il fatto, nonostante l’esistenza di prove della sua innocenza.
Durante i suoi anni in carcere Peltier ha continuato a battersi, ad appoggiare la causa con notevoli contributi.

Una vicenda annosa, che dipana nelle dinamiche sociali americane lo scontro mai sedato tra nativi ed americani. Dove campagne mediatiche anni 70 hanno acuito i dissapori, dopo che persino la cinematografia ha dipinto il cowboy bianco come il buono vessato dalle angherie, dall’ignoranza, dalla violenza delle tribù indiane. Orde di film in cui il buono americano cercava di sedare la violenza del nativo, film costruiti per veicolare un messaggio di intolleranze verso minoranze ghettizzate. Eppure da bimbi guardando i film si parteggia per gli indiani, forse perché se ne avvertono i veri schemi di azione, al di fuori dei costrutti imposti dall’interesse. Peltier è simbolo di una lotta che ancora non ha fine, di un’ ingiustizia legalizzata che lo chiude al mondo da oltre 40 anni. Molti i modi per continuare a sostenerlo, per sorreggere una voce chiara del movimento dei nativi, a cui continuano a restare sordi i sistemi americani, ora che ci sarebbero i presupposi per placare l’odio, il governo americano continua ad alimentare l’indifferenza. Se prima era scomodo l’indiano ora è scomodo riportare alla luce un caso per cui il paese dovrebbe solo nascondersi.

Peltier un’artista
Peltier nei suoi anni di carcere non si è fermato, ha continuato ad elevare il suo grido di protesta, anche attraverso l’arte. Da decenni dipinge in cella, quadri in cui colori e soggetti lo riportano nello stretto contatto con il suo popolo, con la sua cultura. Anziani in preghiera, gli occhi di un guerriero, bambini in festa. Questi gli scorci delle tele di Peltier in cui esprime la libertà di essere indiano, un’appartenenza che le sbarre non possono spezzare. Per Peltier condividere i suoi quadri è una forma di libertà, di vittoria e le sue opere sono acquistate da nomi del calibro di Jane Fonda, Val Kilmer ed Oliver Stone, oltre a molti altri, tutti guadagni immessi nella causa dell’AIM a sostegno del riconoscimento dei nativi indiani. Continua in questo modo dal carcere l’azione di Pelitier di lotta e riconoscimento, con una società civile che lo sorregge, crede in lui, e con la cui energia Peltier continua a trovare la forza per lottare.
Ma Peltier decide di comunicare la sua storia anche con un libro di memorie : Prison Writings: My Life Is My Sun Dance” (St. Martin’s Press), che per l’editore risuona come un testamento spirituale di un indiano per scuotere le coscienze della nazione, “una freccia infuocata ai carri della giustizia americana”. Questo testo è acquistabile a questo link (http://www.whoisleonardpeltier.info/home/store/books/), e i suoi guadagni sono destinati alla causa indiana, al riconoscimento della cultura dei nativi.

Peltier è voce di lotte di affermazione, che a noi europei sembrano lontane nella storia e nei luoghi, eppure siamo tutti parte di quest’unico sistema in cui prevaricazione e violenza, ingiustizia e supremazia, devono essere abbattute da un’unica forza, al di la delle differenze. Tutti figli di un unico credo di democrazia, che non dovrebbe avere echi distorti in anni in cui ci sentiamo padroni del mondo, ma non siamo ancora padroni delle nostre libertà inviolabili. Per conoscere la storia di Peltier nel dettaglio e tutti gli strumenti per sostenerlo, per lottare con lui nella non violenza, questo è il suo sito http://www.whoisleonardpeltier.info/, dove AIM e sostenitori lo accompagnano nel viaggio di lotta dietro le sbarre, per non lasciarlo solo, per fargli sentire che il suo sacrificio infiamma gli animi e resterà a testamento di tolleranza e speranza di pace fra i popoli, qualunque essi siano, ma pace tra popoli storicamente in discordia.

Peltier, un Lakota e una vita a difesa dei nativi americani, un simbolo della libertà individuale negata da un sistema basato sul pregiudizio e la menzogna di stato.
http://www.freepeltiernow.org/peltier.html

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