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Il figlio del presidente turco Erdogan finazia direttamente l’ISIS

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Nelle ore immediatamente successive al grave e pericoloso incidente del caccia russo, abbattuto “per errore” dalla Turchia al confine con la Siria, la macchina della propaganda russa si è messa in moto per dipingere il governo di Erdogan come finanziatore dell’ISIS. Vladimir Putin si è soffermato con insistenza sul processo di islamizzazione della Turchia da quando Erdogan è al potere.

Fino a pochi mesi fa sul piano diplomatico tutto andava a gonfie vele tra le due potenze mondiali. Putin ed Erdogan stringevano affari dispensando sorrisi alla stampa. Ma da quando la Russia ha iniziato a difendere il governo di Assad in Siria, l’ultimo alleato rimasto in Medio Oriente al Cremlino, la Turchia che da tempo spinge insieme all’Arabia Saudita per la caduta del regime, ha preso gradualmente le distanze da Mosca.

Per farlo l’esecutivo e i servizi di intelligence turchi (il MIT, l’equivalente della CIA) hanno aiutato i ribelli antigovernativi, tra cui il gruppo jihadista dello Stato Islamico (ISIS). Mosca è invece schierata al fianco di Iran e Hezbollah (il braccio armato sciita del Libano) per combattere tutti i ribelli coinvolti nella lunga e sanguinolenta guerra civile per procura siriana, dall’Esercito Siriano Libero (formato da un gruppo di disertori dell’esercito di Assad) sostenuto dall’Occidente, fino ad arrivare al Fronte al-Nusra, vicino ad al-Qaida, e all’ISIS.

Guerra per controllare vie del gas

Erdogan, nell’ambito di un piano per ricostruire una sorta di impero ottomano che vada dalla Siria all’Iraq, fino al confine con la Cina, minaccia di destabilizzare una regione già abbastanza caotica. Ovviamente per capire il conflitto, bisogna conoscere la storia di un paese con accesso facile al mare, perfetto per trasportare il gas verso l’Europa. Le stragi siriane sono perpetrate in nome delle risorse energetiche: le grandi potenze in campo nel paese mediorientale si contendono la via del gas.

Gli Usa sono sostenitori del progetto per la costruzione del gasdotto Qatar-Turchia, che a sua volta potrebbe convogliare in futuro anche l’eventuale gas saudita. Russia e Iran invece premono per la realizzazione del Gasdotto Islamico, alternativo a quello Qatar-Turchia. La gestione della pipeline sarebbe in quel caso condivisa tra Iran e Siria, alleati sotto l’egida sciita. Ma c’è chi i soldi li sta facendo già in Siria, grazie all’ISIS. Il governo russo, per voce del suo ministro degli Esteri Lavrov, ha pensato bene a tutti di ricordare il ruolo della Turchia nel traffico ‘sporco’ di petrolio nella regione.

Con una delle sue solite gaffe, il vice presidente Usa e grande esperto di politica estera Joe Biden aveva dichiarato nel 2014 davanti a una platea di universitari e studenti di Harvard che il regime di Erdogan stava sostenendo l’ISIS con “centinaia di milioni di dollari e migliaia di tonnellate di armi“. Biden poi si è scusato, chiaramente per ragioni diplomatiche e per ottenere il permesso di usare la base militare turca di Incirlik per poter condurre raid aerei contro l’ISIS in Siria.

Il coinvolgimento dell’esecutivo turco va molto oltre quanto dichiarato da Biden. Erdogan è accusato dai politici dell’opposizione di fare una fortuna stringendo affari con l’ISIS, esportando il petrolio prodotto nei territori conquistati con la violenza dal gruppo armato in Iraq.

Negli ultimi tre anni i militanti dell’ISIS sono stati addestrati da Usa, Israele e forze speciali turche nelle basi segrete della provincia di Konya, al confine tra Turchia e Siria. In un periodo in cui per motivi diversi, Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti hanno interrotto i canali di finanziamento al gruppo terroristico, l’ISIS sembra che possa ancora contare sull’appoggio delle autorità turche. Il presidente Erdogan e il primo ministro sunnita Ahmet Davutoglu continuano a difendere i loro interessi.

Business di famiglia

La prima fonte di finanziamento per l’ISIS in questi giorni arriva dalla vendita di petrolio iracheno dalla regione di Mosul, una roccaforte del gruppo terrorista, ricca di bacini petroliferi. Sembra che sia lo stesso figlio di Erdogan a gestire le esportazioni di barili controllati dall’ISIS, che vengono a un prezzo di vantaggio rispetto alla concorrenza. E che pare vengano trasportati e importati in Turchia camuffati insieme alle importazioni di barili “legali”.

Bilal Erdogan è proprietario e gestore di diverse società marittime. Ha firmato contratti con aziende europee che portano il greggio iracheno a diversi paesi asiatici, non solo la Turchia. Il governo di Ankara compra i barili prodotti nei bacini dell’Iraq che non sono più sotto il controllo del governo. Le aziende di Bilal Erdogan hanno contatti nei porti di Beirut e Ceyhan, dalle cui banchine di scarico vengono trasferiti i barili in petroliere che possono anche andare fino al Giappone.

Il parlamentare turco e vice presidente del partito Repubblicano della Gente (CHP), Gürsel Tekin, ha dichiarato di recente in un’intervista che “facendo appello alle convenzioni internazionali sui trasporti, il presidente Erdogan sostiene che lui e suo figlio non commettono attività illecite trasportando petrolio con l’aiuto di società giapponesi in regola, ma la verità è che Bilal Erdogan è invischiato fino al collo con il terrorismo, ma ha l’immunità garantita finché suo padre è al potere”.

Tekin, che siede negli scranni dell’opposizione ad Ankara, ha aggiunto che BMZ Ltd., l’impresa marittima di Bilal la quale stringe accordi commerciali conl’ISIS, è un “business di famiglia e che parenti di Erdogan detengono azioni nel gruppo”. Tekin sostiene inoltre BMZ che sia finanziata con fondi pubblici e prestiti illeciti ricevuti da banche turche.

Nel frattempo la figlia del presidente turco, Sümeyye Erdogan, gestisce un centro medico nel suo paese appena oltre la frontiera con la Siria da dove camion dell’esercito turco fanno avanti e indietro ogni giorno per soccorrere i ribelli islamisti feriti e rimandarli a fare la rivolta in Siria in nome del Jihad.

È la testimonianza di un’infermiera che è stata assunta per lavorare all’ospedale da campo della figlia di Erdogan. Vi è rimasta fino a quando non è venuto fuori che la donna faceva parte del ramo Alawita dell’Islam, lo stesso del presidente siriano Bashar al-Assad.

Un’altra testimonianza che incastrerebbe la famiglia di Erdogan è quella del cittadino turco Ramazan Bagol. Nel tentativo di raggiungere i militanti dell’ISIS è stato catturato a novembre dall’Unità di Protezione Popolare curda YPG, la milizia della regione a maggioranza curda nel nord della Siria che si batte contro l’ISIS ma anche contro Assad. Ha raccontato ai ribelli curdi di essere stato mandato da una sette islamica turca vicina al presidente Erdogan.

È la stessa organizzazione di fanatici che, offrendo supporto logistico, si occupa di accogliere nuovi membri che si offrono volontari per la causa dell’ISIS. Chi si addestra a Konya, quando è pronto per combattere viene inviato in Siria dove può unirsi al gruppo radicale islamico.

Secondo l’analista di geopolitica francese Thierry Meyssan, Recep Erdogan “ha organizzato la devastazione della Siria, smantellando tutte le fabbriche di Aleppo, il capitale economico del paese, e rubando i macchinari. Ha anche organizzato il furto di tesori archeologici e costituito un mercato internazionale ad Antioch”. Con l’aiuto del Generale Benoît Puga, Chief of Staff dell’Eliseo, ha organizzato il bombardamento con armi chimiche di Ghutta a Damasco nell’agosto 2013, l’operazione che ha finito per provocare lo scoppio della guerra per procura in corso, lanciata dall’Alleanza Atlantica della Nato –

Secondo Meyssan la strategia di Erdogan in Siria è stata studiata in segreto con l’ex ministro degli Esteri francese Alain Juppé e con l’allora ministro turco degli Esteri Ahmet Davutoglu. Nel 2011, dopo che Juppé ha convinto Erdogan a sostenere l’attacco contro un paese che storicamente è stato suo alleato in cambio della promessa di appoggio nel tentativo di entrare a fare parte dell’Unione Europea.

A un certo punto la Francia si è tirata indietro, sempre secondo la tesi del politologo, lasciando Erdogan solo a continuare il bagno di sangue in Siria, servendosi dei militanti pronti a tutto dell’ISIS. (fonte)


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