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Continuano gli attacchi europei alla nostra agricoltura, Renzi e Di Martina eseguono.

All’Europa non bastava voler abbassare gli standard qualitativi nella produzione dei prodotti caseari. Non le basta dunque ammettere la circolazione di formaggi e simili realizzati con oscenità come il latte in polvere. Adesso quella stessa Europa, un abominio burocratico e infame, vuole distruggere i nostri vini. La Direzione generale Agricoltura e Sviluppo Rurale della Commissione europea ha ipotizzato infatti – come fa sapere Coldiretti – “di liberalizzare l’uso nell’etichettatura di tutti i vini, compresi quelli senza indicazione geografica, di quei nomi di varietà che oggi sono riservati in virtù delle norme comunitarie vigenti”.

Detto altrimenti la Unione Europea vorrebbe consentire l’uso di denominazioni anche laddove non vi sia alcun riferimento geografico e territoriale; in pratica chiunque ed in qualunque parte del mondo potrebbe, in questo modo, mettere in etichetta il nome del vitigno coltivato. Significa che se questo ripugnante testo dovesse passare, potremmo ritrovarci a bere zibibbo, verdicchio, moscato d’asti, falanghina, nebbiolo, primitivo, nero d’avola e non si sa più quanti altri vini che invece di provenire da territori nostrani storici e tradizionali, curati con l’amore di intere generazioni, siano invece stati prodotti in Brasile, Spagna e perfino in Cina.

Il danno maggiore ancora una volta andrebbe, fra tutte le nazioni europee, proprio all’Italia, che è il primo Paese al mondo per produzione vitivinicola, con ben più di cinquecento (!) fra vini a denominazione di origine controllata (Doc), a denominazione di origine controllata e garantita (Docg) e a identificazione geografica tipica (Igt); questo ovviamente senza contare le migliaia di produzioni locali diffuse sul territorio nazionale. Il tutto per un fatturato stimato di circa 12 miliardi, che dà lavoro ad 1,25 milioni di persone.

La colpa più grave in tutto ciò è del nostro Presidente del Consiglio e del suo esecutivo, in particolare il ministro delle politiche agricole Martina, in generale una banda di castrati incapace di difendere il nostro territorio, la nostra agricoltura e dunque la nostra identità. Ma in fondo non c’è da stupirsi, il Pd è lo stesso che ha votato favorevolmente all’accesso temporaneo supplementare dell’Unione a 35.000 tonnellate (!), di olio d’oliva tunisino, senza far pagare a Tunisi un euro di dazio.

Attenzione poi perché vi è un’enorme differenza fra “olio extra vergine di oliva” ed “olio di oliva”. Il primo è prodotto direttamente estraendo l’olio dalle olive raccolte (ed in Italia siamo famosi per la sua eccellenza), il secondo è invece un processo chimico mostruoso; viene infatti estratto dalla sansa di olive (ossia lo scarto), tramite solvente, un qualcosa di vagamente edibile, al quale viene aggiunta un’infima percentuale di olio extra vergine della peggior qualità.Oltre a ciò si ricordino altri vergognosi precedenti, come le oltre 200.000 tonnellate di riso cambogiato riversato nella distribuzione europea, anche questo senza pagare dazio alcuno. Inutile ricordare che anche nella produzione del riso siamo i primi in Europa, con oltre 150 varietà coltivate.

Tutto ciò come sempre ricorda sempre più il tremendo trattato transatlantico (TTIP), un patto finanziario tra U.S.A e Ue di solo vantaggio alle multinazionali, favorevoli ovviamente alla liberalizzazione totale e di ogni settore, dalla sanità all’edilizia, dall’allevamento all’agricoltura.Fa dunque ridere –diciamo così- che tanto l’olio tunisino quanto il riso cambogiano rientrino in un piano “di aiuto e solidarietà” verso Paesi disastrati economicamente. Giusto. Ma agli agricoltori italiani invece chi ci pensa? Fonte

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